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18. L’arte si fa industria

Stampa d'epocaIl nord dell’Italia che sembra godere per natura di condizioni favorevoli alla nascita dell’industria cappelliera.

Prima fra tutte la disponibilità d’acqua, un fattore fondamentale nel processo di lavorazione. E poi la mano d’opera specializzata che è elemento determinante per un ciclo produttivo che, almeno fino all’Ottocento, è principalmente manuale.

Verso la fine del Settecento un personaggio si distingue tra i fabbricanti di cappelli: è Giovan Battista Gnecchi che impianta a Milano il primo stabilimento “moderno” d’Italia. Seguendo l’esempio del collega parigino Leprevost introduce e perfeziona l’uso della seta nella fattura dei cappelli. Alessandria, Intra, Biella, Monza, Montevarchi sono le sedi storiche della tradizione artigiana. Alla fine dell’Ottocento esistevano fabbriche anche a Voghera e Cremona.

E intanto resistevano anche numerose botteghe caparbiamente attaccate alla lavorazione a mano che certo, almeno in questa fase di meccanizzazione non ancora perfetta, garantiva un cappello più pregiato per morbidezza, durata e cura delle rifiniture.
Nel 1857 Giuseppe Borsalino e il fratello Lazzaro iniziano a produrre cappelli di pelo in un laboratorio artigianale di Alessandria ponendo le basi di quell’arte che renderà le loro creazioni sinonimo di eleganza italiana. La Borsalino divenne famosa per i suoi feltri “piuma” e per il modello “alla diplomatica” Nel 1874 sono documentate numerose industrie a Intra.

Si trattava del resto di una zona di antica tradizione visto che almeno dall’inizio del XVIII secolo venivano fabbricati cappelli sulle rive del lago Maggiore. Era stato lo stesso conte Borromeo a finanziare l’impianto di una fabbrica di cappelli fini.

Dei cappellai intresi decisi a farsi imprenditori si conoscono i nomi: Frova, Nava, Petroli e più tardi all’inizio dell’Ottocento Albertini, ma certo su tutti si impone la figura di Giovanni Panizza il cui nome diventerà uno dei marchi più famosi nel mondo.

Aperto a Griffa nel 1881 il Cappellificio Panizza raggiunge in breve un indiscusso prestigio. Il suo nome si lega ai cappelli sportivi ed eleganti ad un tempo, realizzati con feltri leggerissimi detti Bon Voyage e con feltri di colore misto ottenuti impiegando poche decine di grammi di materia prima.

In anni più recenti le sponde del lago hanno dato i natali al Berrettificio Verbano. Fondata da un ex dipendente della Panizza questa piccola azienda artigiana si distingue per l’alta qualità della lavorazione ed i materiali di pregio.

Un’altra area piemontese famosa per i suoi cappellifici è certamente il Biellese. Laboratori artigiani spesso impiantati in casa esistevano qui fin dai primi dell’Ottocento, ma il vero passaggio all’industria si ebbe con la nascita nel 1862 della ditta Rolando Barbisio e Milanaccio. Il cappello Barbisio deve la sua prodigiosa diffusione alla qualità della lavorazione affidata alle mani espertissime di operai “figli e nipoti di cappellai”.

Specializzata nella produzione di cappelli esotici, i suoi modelli vennero apprezzati ed esportati sui mercati del Sud America. Nel 1897 nasce il cappellificio Cervo a Sagliano Micca che lega il suo nome al famosissimo “Princeps” sinonimo di eleganza e qualità. Ad Adorno nel 1885 una società formata da quindici cappellai dà vita al cappellificio Grosso Valtz e C.
La Toscana, incontrastata signora della produzione di cappelli di paglia non manca di dare il suo contributo anche nellaPanama cappello produzione del feltro: a Monte- varchi nella prima metà dell’Ottocento è attivo il cappellificio Giuseppe Rossi e più tardi, nel 1918 Nino Donati inizia a produrre cappelli per uomo e donna dopo aver commerciato trecce per fabbricare cappelli di paglia.

Nel 1850 nasce la Ditta Tesi come manifattura di prodotti per la fabbricazione dei cappelli in paglia. Già alla fine dell’Ottocento l’Azienda diventa produttrice di cappelli finiti. Sono famosi i suoi “Leghorn”, le “Magline” , i “Canotti” che tutto il mondo conosce come i modelli “Chevalier”, “Boater”, “Sailor”.

panama tesiLa Tesi, ormai alla quinta generazione ha oggi assunto un ruolo di primo piano nella finitura dei Panama prodotti in Ecuador: una scelta importante dovuta anche al calo della produzione di grano per fare la paglia di Firenze. Alla terra toscana appartiene anche l’arte della conciatura che è alla base della produzione dei cappelli in pelle, in primo luogo quella di montone.

E certo in questo settore va ricordato il cappellificio Anne Mary di Empoli. Completa il quadro la zona della lucchesia grande produttrice di berretti.

All’estero Mayser in Germania con i suoi modelli tipici regionali bavaresi e lo sportivo “traveller”; Flechet, in Francia, famoso per i suoi finissaggi velour; Hückel, cecoslovacco, specializzato anch’esso nel velour e in particolare per i modelli ebrei “da rabbino”; Stetson, nord americano, leader nella produzione del classico cappello cow-boy proposto in una innumerevole varietà di modelli e colori western.

Pur non essendo fabbriche, due famose cappellerie si sono distinte per aver avuto laboratori di finissaggio particolarmente attrezzati e specializzati: Lock, maestro londinese della bombetta e Gélot a Parigi, in Place Vendôme, il più ricercato per i copricapi alla moda fatti su misura.