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03. Un divino Copricapo

un divino copricapoQuello di coprirsi la testa è un uso antico, anzi antichissimo se già nel periodo neolitico l’uomo usava larghi cappelli di paglia per ripararsi dal sole.

Certo non sono molti i reperti giunti fino a noi poiché si trattava di manufatti in materiali deperibili, ma ne troviamo ampia testimonianza nei dipinti, nella scultura, nei mosaici nonché in monete e documenti scritti.

Il materiale più antico furono le pelli di animali selvatici dapprima usate al naturale e poi rozzamente conciate, tagliate e legate insieme con lacci fatti passare dai fori praticati con punteruoli d’osso.

In anni recenti la scoperta dell’uomo del Similaun ci ha fornito un esempio concreto di cappello “archeologico”.
Lana, cotone, seta, cuoio sono stati da sempre elementi offerti dalla natura per proteggere le parti del corpo più delicate conservandole ad una temperatura il più possibile costante e va da sé che la testa è stata sempre considerata una parte quanto mai sensibile.
Inizialmente il copricapo aveva certo una funzione pratica: doveva preservare la testa negli scontri e difendere dal freddo e dalle intemperie, ma i confini tra funzione utilitaria e simbolica del cappello non sono sempre facilmente delineabili.

“Il cappello esiste perché esiste la necessità di preservare, anche solo simbolicamente, la parte più nobile dell’uomo, la testa e quindi il pensiero”1

La testa come sede dell’anima e della vita assume fin dalla preistoria potenti qualità magiche. Per questo il gesto di coprire il capo esprime innanzi tutto il bisogno di proteggere questa parte del corpo da forze ostili o anche di evidenziarla dandole rilievo e visibilità quasi a richiamare l’attenzione del divino.
Nella tradizione romana più antica qualunque sacrificio o rituale religioso doveva essere compiuto velato capite, ossia con la testa coperta e la copertura avveniva con il lembo della toga. Secondo gli Indiani d’America il cappello della grande medicina, se portato in battaglia aveva il potere di deviare frecce, lance e proiettili. cappello su vaso greco

Fatto di pelle di bisonte con le corna attaccate era al centro di un importante cerimoniale presso gli Cheyennes. I sacerdoti greci e poi quelli romani durante i sacrifici si cingevano il capo con l’infula, la benda di lana bianca o rossa che ritroviamo nelle strisce pendenti della mitra dei vescovi, l’originario copricapo di re e dignitari persiani penetrato in Occidente attraverso i culti misterici.

I Galli che celebravano la dea Cibele indossavano una mitra con bende ricadenti sulle spalle. Le Vestali portavano il tutulo, un copricapo di forma conica, a pan di zucchero che ritroviamo in monumenti etruschi come quello al dio Vertumno raffigurato in una statuetta conservata al Museo archeologico di Firenze. L’apex, un berretto fatto con la pelle dell’animale sacrificato era indossato a Roma dal flamen dialis, ministro del culto di Giove.
Già Erodoto conosce le tiare indossate dai sacerdoti iranici durante i sacrifici mentre molti monumenti ci hanno lasciato rappresentazioni degli alti cappelli conici portati in Mesopotamia.
Gli Ebrei di epoca biblica indossavano probabilmente dei copricapo rituali a forma di turbante o di mitra cappello Greciasimili a quelli dei re assiri.

L’uso recente di coprirsi con la chippa rimanda all’idea della presenza di Dio sul capo dell’uomo. Il turbante di origine persiana è stato per secoli copricapo caratteristico delle popolazioni islamiche e lo stesso Maometto prima della sua conversione commerciava turbanti in Siria. Mitra, tiara, zucchetto, berretta, camauro sono tutte forme di copertura della testa di papi e alti prelati della chiesa cattolica.

Nel Concilio di Lione del 1245 Innocenzo IV prescrive il galero come simbolo di dignità cardinalizia: di color rosso scarlatto è di panno, a bordi larghi, con due cordoni laterali con sopra cuciti trenta fiocchetti di seta, rossi anch’essi. Possiamo certamente affermare che in tutte le culture il copricapo fa parte di quel “codice corporeo” che, come altre forme di linguaggio, serve a lanciare messaggi, a comunicare.

È una rappresentazione simbolica che assume significati molteplici: potere, seduzione, minaccia come nel caso degli elmi creati per incutere paura, ma anche appartenenza ad una cultura, ad un ambito sociale, ad una categoria professionale.Cappello statua etrusca

Spesso la storia non ha dato ai prodotti della civiltà e della cultura materiale lo stesso valore attribuito ad un’opera d’arte o ad una scoperta scientifica eppure ogni oggetto realizzato dall’uomo ci permette di scoprire e di leggere il mondo, e certo l’oggetto-cappello ha un ruolo di assoluto protagonista in questo viaggio di scoperta e di conoscenza.

“Il cappello come tanti altri oggetti che ci passano accanto tutti i giorni, silenziosi e non presuntuosi sul piano della loro presenza nell’enciclopedia del sapere, è un luogo simbolico complesso che è necessario far uscire dal suo anonimato”2

Non si esagera affermando che si può scrivere una storia dell’uomo attraverso la storia dei suoi cappelli.

1. A .COLONETTI G. SASSI M.M. SIGIANI (a cura di), Cosa ti sei messo in testa, Mazzotta, Milano, 1991, p. 14
2. Ibidem, p. 13